IL PIONIERE
DELLA TV PRIVATA

Pietro Gargano

Questa è la storia di un uomo che poteva diventare Berlusconi, avendo creato la televisione privata in Italia. Purtroppo, o per sua fortuna, è un sognatore e a Napoli coi sogni e col puro talento i milioni li fai solo di debiti. L’ingegnere Pietrangelo Gregorio dello scienziato ha pure l’ironia svagata e l’apparenza: con quei capelli lunghi e bianchi, aspetti che tiri fuori la lingua come Einstein nella celebre fotografia. È nato 75 anni fa a Calabritto, Alta Irpinia; è cresciuto a Piedimonte Matese; è arrivato sotto il Vesuvio per studiare e non si è mosso più. «Però l’Università non l’ho finita - dice - Ultimai i corsi a Parigi, ottica ed elettronica all’Istituto superiore di fisica tecnica. Senonché in Italia quella laurea non valeva, allora mi misi a fare le invenzioni: 328, tutte brevettate».
La prima non si scorda mai...
«Fu il contachilometri ad aria, nel 1947. Si applicava al manubrio della bicicletta e calcolava la velocità in base al vento. Dopo realizzai il fototachimetro, primo autovelox, e i carrelli spegnifiamma per i proiettori del cinema. Feci pure invenzioni pittoresche, il grattaschiena a batteria e la bilancia parlante. Creai il disco pluricanale, in un solo 45 giri 728 canzoni; gli industriali dissero ch’era la massima boiata commerciale di ogni tempo, già faticavano a vendere il disco con due canzoni. Aprii una fabbrichetta a Piedimonte, all’inizio ogni cosa nuova andava bene. Facevo soldi e li spendevo, non li facevo ed erano guai».
Quando arrivò la televisione?
«Nel 1966, in conseguenza di un’altra mia invenzione, il riflessometro Caen per misurare i tempi di reazione degli automobilisti. L’Aci mi chiese di sistemarne qualcuno in Villa per una festa, gliene regalai dieci, c’era la fila. Per ringraziarmi mi diedero un televisore a 24 pollici. Avevo l’ufficio nel palazzo Upim in via Foria e sul terrazzo non c’era un solo centimetro per la nuova antenna. Posso attaccarmi sulla tua? chiesi a un vicino. E se si vede male? rispose. Feci un moltiplicatore di segnale e andò bene. Lo produssi in serie. Ne rimasero molti, che farne? Disposi matasse di cavi e un amplificatore ogni 150-200 metri, il segnale arrivava a mezzo chilometro. A Natale piazzai quattro schermi nell’Upim, trasmettevano spot sui prodotti in vendita: la prima tv italiana via cavo».
Bell’idea. Come la sfruttò?
«Feci studio televisivo dei miei uffici. Nino Taranto, i Cabarinieri, Mario Da Vinci, Gloriana... Estesi i cavi, piazza Cavour, Toledo. Ci collegammo con i bar, un successo. Nel 1970 con Elio Rocco Fusco e i fratelli Monaco fondai Telediffusione Italiana-Telenapoli. Sede a Toledo, telecamere a colori, Claudio Villa e Alberto Lupo di casa. Una meraviglia, ma sui giornali niente, neppure su quelli di Napoli».
Quando arrivò la svolta?
«Nel 1971 e a Biella. Da noi era venuto Beppe Sacchi, un giornalista. Si entusiasmò, in amicizia copiò l’idea e aprì Telebiella. Faceva tv dal bar sotto casa. Si fece denunciare da un amico: ”Quel pirata viola il monopolio Rai”. Esplose il caso, un giudice gli diede ragione. Stabilito ch’era lecito fare tv via cavo, fondammo l’Associazione 21, dal numero dell’articolo della Costituzione sulla libertà di esprimersi. Tutti volevano fare tv e noi eravamo gli unici attrezzati, fu una corsa a Napoli. Viaggiavo per le supervisioni, portavo le stesse attrezzature, come le vacche del Duce. Ma quanti sono? si allarmò il ministro».
Finché non arrivaste al Festival di Sanremo.
«Era il 1973. La Rai aveva deciso di trasmettere in tv solo l’ultima serata, le altre alla radio. ”Chiamate Telebiella” invocò qualcuno, ma Sacchi non aveva i mezzi. Arrivai io, col furgone per la regia mobile, il sindaco fu d’accordo. Sistemammo cavi e televisori in tutte le vie di Sanremo. ”La diretta vi è proibita”, urlò la Rai. Mi venne un’idea: registriamo le canzoni e le mandiamo quando trasmette la radio. Tutti furono d’accordo. Un successo mai visto».
Senza volerlo aveva inventato pure il videoclip. E poi?
«Il ministro Gioia vietò la tv via cavo, a maggio 1973. L’ultimo giorno trasmettemmo fino a mezzanotte. Angelo Maggi nel tg parlò di liberticidio, l’annunciatrice Rossana Della Valle piangeva. Mandai l’immagine di una bandiera italiana ammainata. La gente scese a Toledo e protestò, sui giornali niente, si parlava solo della morte di Telebiella».
Qualcuno vi aiutò?
«Ugo La Malfa chiese a Gioia di dimettersi. Al rifiuto, il Pri ritirò la fiducia al governo Andreotti, che cadde. Io reagii inventando il Tvbox che aggirava il divieto della diretta: uno scatolone con un registratore e un monitor sopra. Ne installai 180 nei bar; mille in Italia. Finì con l’arresto del presidente della Federazione delle tv via cavo, De Giorgio. Nel ’74, finalmente, la Corte Costituzionale ci liberò».
La politica fiutò l’affare.
«Si mossero tutti, pure a Napoli, a partire da Gava. I pionieri furono i fratelli Capozzi. Facemmo un miracolo, 380 chilometri di cavi, tutta Napoli cablata. Assumemmo 150 dipendenti e 15 giornalisti. Come sede, il Sacro Cuore in Piazza Amedeo. Aprii un’azienda per fornire i materiali. Il direttore dei programmi era Aldo Bovio, quello dei servizi giornalistici Enrico Marcucci, Umberto Borsacchi vice. Segretario, Gaetano Cuozzo. Tg a Sandro Coppola, cronaca a Erminio Scalera, cultura ad Aldo Trione. In redazione Lorenza Foschini, Elena Massa, Petretta, Corbo, Maisto. Bovio fece cose eccezionali, tipo ”Paesaggio con figure”. I Capozzi presero i diritti di 240 film. Facevamo 80 milioni al mese di pubblicità».
Troppo bello per durare. Come cominciarono i guai?
«Con la scelta di far pagare l’abbonamento. Mi opposi invano, proponendo di puntare solo sulla pubblicità. Fu un flop, il canone era basso rispetto ai costi d’installazione. Dissi: facciamo tv via etere. Al no feci da solo».
Siamo a un altro primato napoletano misconosciuto.
«Mi accordai con Tele Alto Milanese e Gbr a Roma. Misi un trasmettitore sul Vesuvio e una sede là vicino. All’inizio mandavo solo il monoscopio di notte con su scritto Tele X. Poi feci Canale 21, da quel famoso articolo ma anche perché la banda 21 era vicina alla 23 della Rai. Gli altri scelsero frequenze alte, con la mia gli abbonati Rai mi captavano. Cominciò la battaglia per liberalizzare l’etere. Nel 1976 la Corte Costituzionale disse sì. Il 15 agosto andò in onda la mia trasmissione numero uno».
Spuntarono programmi da culto.
«Angelo Manna propose: ”Mi voglio appiccecà con tutti quanti: ci state?”. Nacque ”Il Tormentone”, fece epoca. Maurizio Costanzo realizzò un talk-shov, Renato De Falco e Max Vajro ”Notturno napoletano”; Alessandro Cutolo divulgò cultura. Cercai un giornalista che conducesse un programma in diretta con le telefonate di gente qualunque. Dissero no, ”finiamo in galera”. Lo feci io. Durò 15 anni e mille trasmissioni, altro che ”Striscia la notizia” e ”Mi manda Raitre”. Gli assessori reagirono facendo, Anzivino mandava i netturbini dov’era segnalato lo sporco. Mi chiamarono ‘o ‘ngignere d’a munnezza. Feci mettere cinque farmacie alla 167 di Secondigliano; difesi Enzo Tortora; rilanciai Piedigrotta. Facevamo moda: una mosca sul monoscopio fu scambiata per un effetto speciale».
Tra i soci arrivò il comandante Achille Lauro.
«Al 35 per cento e al 15 Andrea Torino. Io conservai il 50, con la quota di mia moglie. Aveva appena avuto il nostro sesto figlio, il notaio andò in clinica con le carte».
Quando finì?
«Nel 1981, io e i mei soci non avevamo le stesse idee».
E poi, alla rinfusa, Teleoggi, Telestudio 50, Napoli tv, Telecasoria, Retesud, Antenna Vesuvio. Nel frattempo era spuntata lo stellone di Berlusconi.
«Stava sbancando tutti. In un convegno, mi pare nell’83, alcuni esasperati annunciarono che stavano per far saltare i suoi ripetitori. Dissi: perché volete la galera? Esistono metodi elettronici e pacifici, venite a casa mia. M’inserii sulle frequenze, disturbai i segnali. Andai da Confalonieri, trovammo un accordo sulla cessione di programmi e di una fetta di pubblicità. Non ci fu tempo, Craxi varò una legge su misura di Berlusconi. Lui stava a Milano, aveva credito facile; io a Napoli, dove le banche sono un castigo di Dio».
Agli inizi degli anni Novanta cambiò genere.
«Mi dedicai al tridimensionale. Nel 1992 realizzai il più grande schermo a 3D del mondo, lungo 60 metri contro i 48 di Disneyland. Feci un documentario eccezionale su Pompei. Non piacque al ministero dei Disastri, invece di soldi accumulai debiti».
E adesso?
«Ho creato il primo network telematico regionale, i 551 Comuni della Campania collegati dal 5 gennaio 2004 in un unica rete dove trovi tutto. Speriamo che capiscano».